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Pubblicato da Admini1 on 22 Marzo 2020
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Più sostenibili e più efficienti rispetto a un fertilizzante tradizionale, presentano numerosi vantaggi ambientali ed economici. Già testati su piante sia in laboratorio sia a pieno campo, ora serve qualcuno che ci creda.

Piccolissimi e super efficienti: il progetto di ricerca Hypatia, finanziato da Fondazione Cariplo e portato avanti da un team internazionale di ricercatori è alle ultime battute e ha verificato la possibilità di produrre nanofertilizzanti.

I nanofertilizzanti sono più sostenibili e più efficienti rispetto a un fertilizzante tradizionale. Se si considera poi che la produzione di fertilizzanti necessita di materie prime che provengono da giacimenti non rinnovabili, che la popolazione mondiale cresce e quindi ci sarà sempre più bisogno di cibo in futuro, è evidente come i nanofertilizzanti potranno essere una carta da giocare.

La gran parte dei concimi tradizionali, una volta distribuiti, va persa a causa di dilavamento o volatilizzazione, i nanofertilizzanti invece vengono rilasciati lentamente.

Per capire un po’ meglio cosa siano e se veramente, in futuro, ci sarà la possibilità di utilizzarli abbiamo incontrato, all’ultima edizione di NovelFarm, a Pordenone, Norberto Masciocchi, uno dei ricercatori che ha lavorato ad Hypatia. Al progetto hanno partecipato Ic-Cnr, l’Università di Insubria, l’Università di Granada, l’istituto spagnolo Ifapa, la Libera Università di Bolzano e il Crea di Conegliano.

I nanofertilizzanti sono stati creati in laboratorio e sono costituiti da nanoparticelle di fosfato di calcio, poco solubile, un materiale simile a quello che compone le ossa umane, azoto e potassio. “Le materie prime – ha raccontato ad AgroNotizie Norberto Masciocchi, professore dell’Università di Insubria – si fanno reagire con citrato, sintetizzate a 37 gradi e fatte maturare per soli cinque minuti, in modo da fermare l’aggregazione delle particelle. Si ottengono nanoparticelle visibili solo con microscopio elettronico. Ciò che vedo è una polvere. Il prodotto viene distribuito per via fogliare ed è a lento rilascio, una parte viene rilasciata nel giro di ore, un’altra invece è ancora disponibile alla pianta dopo una settimana. Niente viene sprecato. Se pensiamo che, di un fertilizzante tradizionale, si può perdere fino al 70% non è una caratteristica da sottovalutare”.

“Il fenomeno dell’eutrofizzazione delle acque – continua – è dovuto in gran parte proprio alla perdita di fertilizzanti, oltre a un vantaggio economico per l’agricoltore, che pagherebbe solo il prodotto che realmente utilizza la pianta, ne deriverebbe un notevole vantaggio ambientale. L’altro vantaggio è che il costo della materia prima è basso, ciò che, per ora, è molto alto, è il processo produttivo. Servirebbe un investitore che possa produrre sfruttando processi industriali. Ad oggi, in laboratorio, siamo arrivati a produrne quasi un chilogrammo, è evidente che ora serve qualcuno che ci creda”.

I nanofertilizzanti sono stati testati su piante sia in laboratorio, sia a pieno campo. “Abbiamo fatto test sia sul grano duro, in Andalusia, sia su vite, a Conegliano con il Crea e anche in Spagna, sia su colture idroponiche, con la Libera Università di Bolzano. Su grano – ha continuato Norberto Masciocchi – abbiamo visto che otteniamo proteine di qualità. Su vite, abbiamo fatto test di vinificazione in Spagna e il risultato ha superato anche la degustazione dei sommelier, non solo le prove di analisi di laboratorio”.

(Art. di di Barbara Righini _ 18/03/2020. Fonte: Agronotizie)

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